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APRILE 2009 COLPEVOLE MALATTIA Un
paio di antidolorifici che impediscano
al mal di schiena di spezzare il respiro per una mattinata… e via a
scuola! Lo
abbiamo fatto in tanti. E abbiamo sbagliato. Lo
abbiamo fatto, pur consapevoli di attentare alla nostra integrità fisica (o
quantomeno a quella del nostro apparato digerente), perché non volevamo
deludere le aspettative dei ragazzi, perché non volevamo abbandonare i
colleghi in situazioni critiche, perché desideravamo che impegno e
preparazione trovassero un compimento. E abbiamo sbagliato. Siamo
dipendenti pubblici ed ora siamo diventati, su indicazione del ministro
della funzione pubblica, dei fannulloni. Una giusta ricompensa. Leggende
metropolitane narrano di dipendenti statali
che si fingevano ammalati ed invece se ne
stavano alle Maldive; altri sono stati visti scivolare sulle bianche
nevi di Cortina. Uno
scandalo. Penso proprio che dipendenti
che adottano simili comportamenti debbano essere individuati e puniti. E
penso anche che dovrebbe essere individuato e sanzionato il medico che ha
certificato l’inesistente malattia. La
normativa ad hoc era pienamente vigente all’epoca in cui tali leggende
fiorivano: le visite fiscali esistevano e davano la possibilità di
effettuare accertamenti, poiché ritengo improbabile che dalle Maldive o dal
più modesto Sharm qualcuno potesse rientrare due volte al giorno per farsi
trovare in casa durante le fasce orarie previste. E
allora? Sembra
difficile non pensare ad un accanimento nei confronti di tutti i dipendenti
pubblici, compresi quelli troppo volonterosi che hanno ingurgitato aspirine
per andare a scuola, tamponando anche i disagi dovuti alla sicura mancata
nomina di supplente. Sono
delusa, amareggiata. Sono una donna della seconda metà del secolo XX che
vive in un paese evoluto; la mia vita è stata influenzata da una cultura
che ha sempre ambito a valorizzare la persona, è stata impregnata dalla
necessità di consapevolezza, è
stata fortemente indirizzata alla prevenzione. Ai
bambini ho insegnato a conoscere il proprio corpo per poterlo gestire
correttamente, ho inventato per essi giochi mirati all’acquisizione di
buone abitudini, ho raccontato storie che inducessero a comprendere la
necessità del diritto alla salute per tutti. Ma
agli albori del secolo XXI qualcosa mi fa pensare ad una repentina
retrocessione. Se
sono ammalata ho diritto ad una
sola ora d’aria al giorno:
colpevole di malattia. Naturalmente
ho anche diritto a vedermi decurtato lo stipendio: sempre
colpevole di malattia. La
malattia purtroppo non si manifesta esclusivamente sottoforma di banale
infreddatura, a volte assume forme che segnano indelebilmente;
riesce anche, è vero, a distoglierci da pensieri superflui ed a
indurci a riflessioni e viaggi introspettivi, ma il prezzo che chiede in
cambio è spesso molto elevato. Il
corpo inciso da un bisturi e ricucito, l’esito di un esame istologico che
prelude a lunghe e debilitanti terapie. Il corpo aggredito e la mente e
l’anima percosse. Può
accadere anche ad un pubblico dipendente. E’
necessario, a volte, ricominciare lentamente a vivere: camminare
accompagnati, prima 5 minuti, poi 10, sentire il calore del sole sulla
pelle, guardare l’azzurro del cielo e le nubi che vi si rincorrono. Sono
amareggiata e soffro. Non avrei mai pensato, nel XXI secolo, di dover
parlare di ostacoli alla conquista della salute fisica e morale. Una
convalescenza tra le mura domestiche, senza sole, senza cielo, senza
stormire di fronde, senza voli di farfalle. Una complicata ripresa della
tonicità muscolare vagando dal tavolo della cucina al
letto. Un recupero di progetti e aspettative pigiando i tasti del
telecomando. Un bisogno assoluto di persone che provvedano alle incombenze
indispensabili alla sopravvivenza . Sono
delusa, mortificata e soffro perché mi sembra impossibile che sia accaduto.
Chiara
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