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Categoria: Luglio 2015
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Numero 191, pag 5 e 6 - Luglio 2015

“La buona scuola” così come appare incardinata nelle maglie del maxi emendamento approvato con la fiducia al Senato, dimostra di non affrontare le problematiche legate al ciclo d’istruzione che riguarda la scuola dell’infanzia.

 

Se ne occupa solo in fase di deleghe al Governo, specificando che lo stesso, entro 18 mesi dall’entrata in vigore della legge, dovrà legiferare in materia.

Lo scenario è sconcertante.

La scuola dell’infanzia è entrata nel ciclo dell’istruzione ed ha acquisito sul campo, in anni di positive esperienze, il giusto riconoscimento ed un sempre maggior credito.

Anni di discussioni, di pareri di autorevoli personalità, di promesse ministeriali sembravano voler mirare alla stesura di una normativa che, concludendo quanto iniziato negli anni novanta (Nuovi Orientamenti), portasse a compimento l’obiettivo di ottenere una completa perequazione con gli altri ordini di scuola.

Costanti, sono state negli anni, da parte della nostra organizzazione sindacale, le richieste di adeguamento al calendario scolastico degli altri ordini di scuola, di obbligatorietà alla frequenza (almeno nell’ultimo anno), di revisione dell’orario dei docenti, di implementazione di figure assistenziali nelle strutture: tutto questo per accompagnare la scuola dell’infanzia fuori dal guado di quel ruolo assistenziale che rischiava di vedersi ancora, in determinati momenti e per certi aspetti, assegnato.

Il suo ruolo didattico-educativo è oramai riconosciuto, necessario sarebbe stato risolvere le problematiche che ancora ostacolano l’ottimizzazione di un proficuo approccio  dei bambini e delle bambine dai tre ai sei anni alla vita comunitaria ed alle sue regole. Necessario sarebbe stato intervenire sul numero massimo dei bambini per sezione diminuendolo ed aumentando, invece, le figure professionali indispensabili per aiutare i piccoli nella loro conquista di autonomia personale.

Missing!

Di tutto questo non c’è nulla nella nuova pessima riforma che qualcuno ha osato chiamare “La buona scuola”.

Un perverso disegno intende accomunare la scuola dell’infanzia all’asilo nido richiamandosi al DDL n. 1260 e peggiorando quanto in esso contenuto, infatti il DDL all’art. 4 comma 1 sostiene che “la scuola dell’infanzia  costituisce il primo livello del sistema di istruzione”, citazione che non si ritrova nel maxi emendamento che dà l’impressione di voler creare un contenitore riguardante l’educazione dei bambini da zero a sei anni.

Educazione? Spontaneo sorge il dubbio che si ritorni verso una visione assistenziale della scuola dell’infanzia.

Va appoggiata ed auspicata la generalizzazione della scuola dell’infanzia sul territorio nazionale, ma come primo gradino di livello di istruzione.

Attualmente ai docenti di scuola dell’infanzia  è richiesta la laurea in scienze della formazione con un curriculo di studi specifico che riguarda i bambini dai tre ai sei anni, non è accettabile che a queste persone venga richiesta la compresenza presso strutture adatte a bambini da zero (spero fermamente che mai bambini di zero anni entrino in una “comunità educativa”!) a tre.

Ma chi fa queste proposte sa di cosa parla?

É mai entrato in una scuola dell’infanzia ed in un asilo nido?

Le due strutture hanno enormi differenze negli arredi, nei sussidi didattici, nei tempi dedicati alle varie attività.

Ma chi fa queste proposte sa che in una sezione di scuola dell’infanzia ci sono 29 bambini che prima di pranzo si raccolgono accanto all’insegnante per aiutarsi l’un l’altro ad indossare il bavaglino e poi vanno in sala da pranzo e si siedono attorno a dei tavolini e si cimentano ad affrontare minestre e risotti con cucchiai e forchette ed invece in un asilo nido, in un orario sicuramente diverso, un numero ridotto di bambini deve essere fatto accomodare su appositi seggiolini ed aiutato a mangiare “la pappa”?

Chi fa queste proposte sa che in una sezione di scuola dell’infanzia ci sono 29 bambini che girano per la classe con pennelli e colori a tempera ed assieme contribuiscono alla creazione di un cartellone che è la conclusione di un lungo lavoro di ascolto, di ricerca e di rielaborazione di un argomento affrontato e in un asilo nido la capacità attentiva è minore ed i bambini hanno bisogno di conoscere in altro modo e devono manipolare oggetti idonei a quell’età?...

Potrei continuare ad oltranza ad enumerare le differenze che in ogni attimo della giornata scolastica si evidenziano tra i due tipi di scuola, importante è che le età dei bambini vengano rispettate e vengano rispettati i loro bisogni e ci siano sempre persone competenti a curarli ed accudirli.

Lo sconcertante pasticcio proposto dalla riforma scolastica purtroppo non mira al bene del bambino, ma tende ad eliminare la scuola dell’infanzia dal ciclo di istruzione statale.

La commistione tra richiami a normativa esistente e nuovi scenari è ambigua e foriera di brutti presagi.

I docenti di scuola dell’infanzia andrebbero a fare le compresenze al nido (pappa, pannoloni, nanna) e dopo andrebbero al collegio docenti dell’istituto comprensivo di riferimento e in commissione continuità ed in consiglio d’istituto ecc.

O forse… MISSING… niente più docenti di scuola dell’infanzia all’interno della scuola statale!

E’ fondamentale che la riforma “La buona scuola” non veda mai la luce (purtroppo molte altre catastrofi si profilano all’orizzonte con una eventuale sua entrata in vigore).

La Gilda degli Insegnanti sta facendo con tenacia e costanza ferma opposizione, il SAM (federato alla Gilda) è da sempre impegnato ad affermare il ruolo educativo della scuola dell’infanzia ed ha contribuito in maniera sostanziale a promuovere la funzione docente degli insegnanti di scuola dell’infanzia esonerati (normativamente) da mansioni assistenziali.

I risultati didattico-educativi raggiunti negli ultimi decenni dalla scuola dell’infanzia non devono essere vanificati, non è possibile accettare che un segmento importante dell’istruzione che sul territorio nazionale vanta punte di eccellenza, venga, da una riforma scolastica (!), retrocesso a ruoli oramai superati, abbandonando  la dialettica pedagogico-educativa ed il confronto con i quali si è formato e nei quali ha trovato supporti e possibilità di espressione.

Chiara Moimas