Stampa
Categoria: Novembre 2017
Visite: 1373

 Numero 201, pag 1-3 - Novembre 2017

 Premessa

 I media stanno annunciando da mesi l’aumento in busta paga per gli insegnanti, a seguito del rinnovo del contratto nazionale sarebbe appena il caso di dire: il danno e anche la beffa!

Non solo si tratta di mera propaganda trionfalistica sulla pelle dei docenti, ma l’atteggiamento infastidisce ancora di più se pensiamo a come stanno realmente le cose:

- siamo senza contratto dal 1° gennaio 2010 (e sono trascorsi ormai 8 anni);

- ci è stato bloccato il 2013 ai fini della carriera.

- Nel 2015 è dovuta intervenire la Corte Costituzionale per condannare lo Stato per il protrarsi della vacanza contrattuale;

Il 30 novembre 2016 (4 giorni prima del referendum costituzionale) è stato definito l’accordo governo-sindacati, da cui pareva dovesse seguire immediatamente l’avvio della contrattazione.

Siamo arrivati alla fine del 2017 e finalmente possiamo dire che la contrattazione si è avviata, ma non certo conclusa. Solo il 19 ottobre è stato emanato l’Atto di Indirizzo preliminare, indispensabile all’apertura dei tavoli contrattuali e il 9 novembre ha avuto luogo il primo incontro interlocutorio.

Siamo quindi ancora ben lontani dal vedere nella busta paga l’aumento annunciato! Inoltre, a fronte di tanto maltrattamento economico, nell’ultimo decennio sono anche notevolmente peggiorate le condizioni di lavoro considerando l’aumento della burocrazia, di alunni per classe, di adempimenti aggiuntivi all’orario di servizio. L’immagine dei docenti è stata infangata abbondantemente di fronte all’opinione pubblica rendendo sempre più difficili e tesi i rapporti con gli studenti e le famiglie; la scarsa valorizzazione economica non è che lo specchio di una mancanza di considerazione e rispetto generali della professione.

Il potere del Dirigente Scolastico si è dilatato a dismisura, a lui è dato di disporre:

- del ruolo dei docenti, attraverso la chiamata per competenze;

- del collocamento dei docenti: attraverso l’assegnazione ai plessi e alle classi;

- del tempo dei docenti, attraverso la formulazione dell’orario di servizio;

- delle sanzioni disciplinari;

- di parte del compenso di ciascun Insegnante, attraverso l’erogazione del bonus merito;

delle mansioni dei docenti: attraverso l’assegnazione delle funzioni di potenziamento;

- del giudizio finale dell’anno di prova.

 

Con il trasferimento di tutte queste competenze in capo al dirigente scolastico e quindi attraverso un’organizzazione verticistica ed autoritaristica, il Governo ha trovato il modo di eliminare definitivamente ogni forma di dissenso all’interno della scuola. Proprio così, nonostante siamo un esercito di oltre 700mila docenti, una grande categoria di intellettuali, quindi persone capaci di leggere ed interpretare criticamente i fatti, di pensare autonomamente, deteniamo il potere della conoscenza e delle opinioni, riusciamo a farci mettere i piedi in testa.

 

L’INSEGNANTE COME INTELLETTUALE

La rivendicazione di uno stipendio dignitoso nasce dal fatto che svolgiamo una professione importante ed estremamente delicata, siamo dei professionisti e facciamo un lavoro che serve al futuro di una nazione contribuendo alla formazione dei futuri cittadini. Questo è il presupposto, il nostro tempo è un “tempo professionale” che non ha niente a che vedere con quello di un funzionario o di un impiegato misurabile in ore o minuti. Perché una nostra ora di lezione comprende tutto quello che viene prima, durante e dopo: gli anni di studio universitario, i corsi di formazione, l’aggiornamento, la preparazione quotidiana, la progettazione, lo svolgimento dell’ora di lezione e la riflessione su quanto svolto, unito alla correzione degli elaborati. Quindi non si parla di 25, 24 o 18 ore di insegnamento settimanale, per le quali molti colleghi si sentono in colpa rispetto ad altre categorie di lavoratori, ma del tempo di un professionista. Nessuno si sognerebbe di chiedere ad un architetto o ad un ingegnere quanto ha impiegato per svolgere il suo lavoro, ne valuta l’opera complessiva di cui il professionista risponde. Altrettanto un insegnante è chiamato ad un’assunzione di responsabilità nelle scelte pedagogico-didattiche e metodologiche che compie, non al minutaggio dedicato a tali scelte. Ecco perché, in ogni occasione non ci stanchiamo di rivendicare l’area di contrattazione separata della docenza, perché il nostro tempo non è paragonabile a quello del personale ATA, rispetto al quale si possono tranquillamente applicare dei parametri quantitativi. Stiamo

quindi bene attenti quando le altre organizzazioni sindacali puntano alla valorizzazione del lavoro sommerso, il lavoro sommerso c’è e va dato per scontato, è la funzione docente che dovrebbe essere valorizzata attraverso uno stipendio dignitoso, convinti che la nostra professione non sia quantificabile ma basata sulla qualità del lavoro. Se ora ci troviamo di fronte ad un Atto di indirizzo che intende: «…declinare chiaramente, nella definizione delle attività funzionali all’insegnamento, l’impegno che il personale docente profonde nella progettazione individuale e collegiale delle attività didattiche, nella valutazione degli alunni…», il rischio è che il nuovo contratto ci costringa a trascorrere molte più ore a scuola (attraverso un aumento di ore funzionali) a parità di trattamento economico.

Ma un docente non deve ritenere di avere diritto ad una maggiore retribuzione perché partecipa ad una commissione o un progetto in più, ma semplicemente perché svolge un lavoro importante. E’ bene che la categoria si riappropri di orgoglio e dignità professionali. La libertà di insegnamento (sancita dall’art. 33 della Costituzione) è l’argine alle logiche impiegatizie e burocratiche, alle scelte pedagogiche, culturali e didattiche imposte dall’alto. I padri costituenti hanno avuto così a cuore la funzione dell’insegnamento da dedicare ai docenti un articolo della Costituzione, ricordando le parole di Calamandrei: “Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere", ora invece qualcuno pensa sia meglio che i sudditi rimangano tali, sono molto più funzionali al mercato e ai poteri forti.

L’avvio della contrattazione può nascondere insidie, dall’ultimo contratto ad oggi si sono susseguite varie riforme della scuola e della pubblica amministrazione non certo migliorative rispetto alle condizioni di lavoro ed è evidente che un nuovo contratto ne debba recepire le indicazioni. Fortunatamente l’atto di Indirizzo non contiene riferimenti alle disposizioni della Legge tristemente famosa sotto il nome fuorviante di “Buona scuola”, né alle sue disposizioni peggiorative sulle condizioni di lavoro. Nella 107 troviamo riferimenti alla “flessibilità” oraria e professionale:

- oraria intesa come costituzione di banca ore, di orario di servizio improvvisabile sulla base delle esigenze contingenti del momento, di apertura della scuola in orario pomeridiano ed anche estivo… Essendo l’orario una prerogativa esclusivamente dirigenziale, le preoccupazioni sarebbero quanto mai giustificate!

- Si parla inoltre di “flessibilità” professionale, intesa come la possibilità di utilizzare i docenti, indipendentemente dalla loro preparazione specifica, per “tappare i buchi”: ad esempio per il sostegno, o per sostituzioni in altri ordini e gradi di scuola all’interno dello stesso istituto, con buona pace del miglioramento della qualità del servizio offerto e della dignità della categoria.

 

Le PROPOSTE GILDA

e le VERITA’ non raccontate

Per il contratto del Pubblico Impiego risultano stanziati per l’esercizio finanziario 2018: 1,6 miliardi (a cui si aggiungerebbero 1,2 miliardi già stanziati nelle finanziarie precedenti). In totale sono disponibili 2,8 miliardi, cifra insufficiente a garantire gli 85€ mensili per i quali servirebbero almeno 3,7 miliardi. Ciò significa che se il Governo intende fare il contratto con tale cifra, quanto meno deve garantirsi una partita di giro ed infatti se sugli 85 € lordi (lordo Stato) andiamo a

- togliere il 24% di oneri a carico dello Stato;

- togliere l’11% ritenute previdenziali a carico del lavoratore;

- togliere l’IRPEF (media del 30%).

Rimangono poco più di 40 € netti.

Inoltre non è stato ancora spiegato cosa si intenda fare per chi attualmente usufruisce degli 80 € di Renzi. Il Bonus 80 euro spetta nella misura di 960 euro annuali ai lavoratori con reddito complessivo lordo fino ai 24 mila euro e scende d’importo per coloro che hanno un reddito compreso tra i 24 mila euro e i 26 mila euro. Non è invece corrisposto ai lavoratori con redditi inferiori agli 8 mila euro. In caso di aumenti stipendiali nella scuola molti lavoratori rischiano di perdere il bonus e addirittura di avere una riduzione dello stipendio netto perché mentre gli 80 € del bonus sono netti, gli 85 di aumento contrattuale sarebbero lordi.

La Gilda degli Insegnanti ha presentato anche delle proposte su come reperire buona parte delle risorse mancanti; i fondi infatti si trovano nella 107/2015.

- Per la “card” del docente sono stanziati annualmente 380 milioni di euro (sono un rimborso spese senza riscontro previdenziale, sono soldi di cui gli insegnanti non possono disporre a loro piacimento e quando ne dispongono devono farlo attraverso procedure estremamente farraginose);

- Per il “bonus” merito sono stanziati annualmente 200 milioni di euro (denaro che invece di migliorare la qualità divide gli insegnanti);

- Per l’alternanza scuola-lavoro sono stanziati annualmente 100 milioni.

 

In totale risultano 680 milioni di euro in accessorio senza riscontro previdenziale. Perché non utilizzare queste risorse facendole confluire negli stipendi tabellari dei docenti, così risulterebbero sicuri e stabili?

Per l’elargizione di queste elemosine, mortificanti la dignità dei docenti, non sono stati sentiti nè gli insegnanti nè i sindacati; è dunque arrivato il momento di dire STOP all’uso propagandistico del denaro pubblico e delle regalie in cambio di voti e consensi, è quanto di più squallido una politica possa ideare. Gli insegnanti non si comprano con questi mezzucci.

Michela

Gallina